Classificazione del rum nel XXI secolo

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Con l’avvento del web e con le informazioni reperibili in modo sempre più rapido, se da un lato molti degli aspetti riguardanti la produzione del rum e la valutazione della qualità insita nei prodotti sono facilmente alla portata anche di chi non ha la possibilità di visitare i Caraibi e le distillerie, dall’altro anche le informazioni sbagliate e i messaggi di puro marketing diventano spesso “legge”.

In questo senso come Isla de Rum, io stesso ho da sempre spinto la cultura del rum scevra da leggi di mercato e slegata da qualsiasi dinamica di business, cercando di invogliare chiunque mi segua a scegliere il proprio rum facendo leva esclusivamente sulla propria cognizione di qualità, e cercando di sciogliere, attraverso alcuni articoli e nei miei seminari, molti dei “nodi” legati all’informazione sbagliata che dilaga in questo mondo.

Alla luce di tutto questo credo che la sfida lanciata da Luca Gargano e sposata da uno dei più grandi nomi del rum a livello mondiale, Richard Seale,  sia l’ennessimo passo verso la crescita di questo settore, che per troppo tempo è stato abbandonato a se stesso. Un settore che ha bisogno di chiarezza e di informazione per poter davvero esprimere tutto il suo potenziale. E credetemi, di potenziale ce n’è tantissimo.

Ovviamente quanto segue è una classificazione che difficilmente verrà recepita come “legge”, data la vastità dell’area produttiva del rum, ma sicuramente una diffusione di tale classificazione tra chi parla di rum, dall’appassionato all’influencer, fino agli importatori, porterebbe inesorabilmente i produttori a doversi in un certo senso adattare.

E’ questo il motivo per cui Isla de Rum ha deciso di sposare la causa di Luca Gargano e promuoverne il messaggio contenuto.

 

“Se Ballantine’s fosse nella stessa categoria di Macallan il mondo del whisky sarebbe indietro di cinquant’anni sulla sua storia. – afferma Gargano –  Questo per dire che oggi il rum è nella posizione in cui era il whisky negli anni ’60, quando nacque la categoria dei pure single malt. In cinquant’anni, grazie ad una classificazione chiara e riconosciuta, il whisky è diventato il distillato più prestigioso al mondo. Il rum, se la nostra classificazione verrà recepita, potrà percorrere la stessa strada in soli dieci anni  grazie al web.”

 

LA CLASSIFICAZIONE
PURE SINGLE RUM Rum di melassa prodotti da un’unica distilleria e distillati in modo discontinuo.


PURE SINGLE AGRICOLE RUM Rum prodotti a partire da puro succo di canna da un’unica distilleria e distillati in modo discontinuo.


SINGLE BLENDED Assemblaggio di rum distillati in modo discontinuo e in colonna tradizionale (continua) e prodotti da un’unica distilleria.


AGRICOLE RUM Rum prodotti da puro succo di canna da un’unica distilleria e distillati in modo continuo con colonne creole.


TRADITIONAL RUM Rum di melassa prodotti da un’unica distilleria e distillati in modo continuo con colonne tradizionali.


RUM Rum prodotti in colonne continue multiple.


 

 

CONSIDERAZIONI

A questo punto la classificazione dovrebbe fermarsi, ma crediamo sia solo l’inizio del lavoro. Sicuramente però viene data una direzione da seguire ai “lavori in corso” che ormai da troppo tempo attanagliano questo settore.

Problema n.1

La prima cosa che dovrebbe saltare all’occhio ad un appassionato vero è la necessità di definire cosa si intende per heavy rum o comunque dare una indicazione sulla tipologia di rum da pot still si vuole ottenere. Un pot still, per quanto splendidamente realizzato, è in grado di produrre distillati leggerissimi, viceversa ci sono colonne (ad esempio la colonna creola) in grado di stupire per la potenza dei suoi distillati.

Per rendere chiara questa affermazione soffermiamoci un attimo a pensare a quante vodka in commercio vengono realizzate in alambicchi pot still di rame, oppure al fatto che tutti i rum di Martinica appartenenti all’AOC Rhum Agricole provengono da alambicchi a colonna.

E’ vero che il pot still può produrre distillati con una ricchezza di congeneri ineguagliabile dalla colonna, ma se usato nel modo giusto. Viceversa le colonne possono produrre distillati con note rotonde ma incredibilmente ricchi di congeneri, il che non è un male, anzi.

Problema n.2

E’ un problema che viene spesso discusso tra gli addetti ai lavori, su cui molti dei player di questo settore si stanno confrontando ed in cui la stessa Isla de Rum è fortemente schierata: le addizioni di zucchero, aromi e coloranti. Nei distillati, anche quelli “disciplinati”, spesso una minima addizione è consentita, pensiamo allo zucchero nella grappa in Italia in dosi inferiori al 2% per armonizzare il distillato, oppure al caramello nel single malt in Scozia per stabilizzare il colore. Perchè quindi anche nel rum non si mette un limite a tali addizioni? Questo non vuol dire far sparire dal mercato i rum che contengano alte percentuali di zucchero, di caramello, di glicerina, di aromi o altro, ma semplicemente “identificarli” in etichetta come si fa ad esempio per gli spiced rum.

Problema n.3

Le legislazioni nazionali dovrebbero recepire queste direttive ed imporle nelle produzioni, creando dei marchi ad hoc che garantiscano il rispetto di un disciplinare appositamente stilato.

 

LA POSIZIONE DI ISLA DE RUM

Canna da ZuccheroFrancamente credo che l’avvento di legislazioni e disciplinari sia auspicabile, ma non così ferrei e stretti come, ad esempio, quelli del vino. Il perchè è facile da intuirsi; il mondo del rum è un mondo in continua evoluzione, un mondo che sta vivendo oggi la sua seconda rivoluzione, la prima ahimè è stata miserabilmente persa con l’avvento del proibizionismo, ed in cui c’è ancora tanta creatività personale da investire. Regole ferree, limiti invalicabili e disciplinari rigidi, in questo contesto, possono tramutarsi in ostacoli alla crescita del distillato e della sua qualità.

Nella mia personalissima idea, l’intervento più radicale da fare nel mondo del rum è quello relativo all’adulterazione del distillato e quindi alle aggiunte incontrollate di spezie, aromi naturali e non, zucchero, caramello ecc. Come scritto precedentemente, questo non vuol dire tagliare questa fetta di prodotti, ma semplicemente costringere i produttori ad “identificarli” già in etichetta, per rispetto del consumatore, per rispetto del mercato, ma ancor prima per rispetto delle tradizioni da cui il rum è stato generato.

Accanto a questo ben vengano ulteriori “chiarificazioni”, marchi d’origine e divisioni in categorie.

Coloro che, come me, amano questo distillato, questa volta la rivoluzione vogliono vincerla. Il mercato attuale ha bisogno di serietà, di trasparenza e per quanto possibile di qualità. Chissà che non sia la volta buona…..

 

Leonardo Pinto

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